


Archive for luglio, 2009

[foto da: tx-wichitafalls.civicplus.com]
Un corretto e parsimonioso utilizzo dell’acqua in casa propria, ci consente di evitare di sprecare una risorsa fondamentale per tutti noi, ma anche di mantenere qualche euro in più nel portafoglio. Si tratta solo di cambiare qualche brutta abitudine, non di sconvolgere la propria vita..
Elenco qui qualche consiglio utile. Naturalmente se qualcuno ha consigli da fornire, non deve far altro che scriverli in commento!
Cucina:
- applica un miscelatore alla parte finale del rubinetto. Questo strumento consente un minor uso d’acqua, in quanto viene miscelata all’aria senza per altro cambiarne il risultato.
- usa la lavastoviglie solo quando sei certo di utilizzarne l’intera capienza, in questo modo risparmi acqua, luce e detersivo!
- per lavare i piatti, riempi il pozzetto del lavabo d’acqua con un po’ di detersivo e usa quest’acqua per insaponare. Successivamente apri il rubinetto con un getto poco potente per il risciacquo.
- mentre lavi i fornelli e le superfici, non lasciare il rubinetto aperto, ma attivalo solo nei momenti di risciacquo del panno.
Bagno:
- preferisci la doccia al bagno per un risparmio di circa il 50%.
- applica un miscelatore (come sopra) sia ai rubinetti che alla doccia.
- quando lavi i denti, apri il rubinetto solo per bagnare lo spazzolino, risciacquarlo e sciacquare la bocca. Inoltre, se per quest’ultima operazione utilizzi un bicchiere, risparmi in maniera comoda.
- installa un sistema di scarico al wc con doppio pulsante (quello che fermi tu stesso quando non serve più acqua). Il vecchio sciacquone spreca molto di più.
- fai la doccia come gli scandinavi. Mentre ti insaponi, chiudi la doccia per risparmiare diversi litri d’acqua.
- se utilizzi lametta e rasoio per raderti, il consiglio è quello di riempire circa a metà il lavabo e di utilizzare quell’acqua per sciacquare periodicamente la lametta. Tenere il rubinetto aperto costa litri!
Per tutta la casa:
- controlla periodicamente lo stato del tuo impianto idrico. Basta chiudere tutti i rubinetti e verificare che il contatore non giri. In caso contrario, fai vedere subito l’impianto all’idraulico, per evitare sprechi e pericolosi danni alle strutture.
Giardino:
- per innaffiare il tuo giardino, non utilizzare acqua potabile.
- nel caso in cui tu abbia lo spazio, raccogli l’acqua piovana: non ha costi e ti basta farla arrivare dalla grondaia alla tua cisterna.
- inutile dire di non utilizzare acqua potabile per la piscinetta dei bimbi…
Dall’inserto Affari & Finanza di Repubblica del 6 luglio 2009
FRIGORIFERI, CONGELATORI E SCALDABAGNI FANNO LA PARTE DEL LEONE NELLA RACCOLTA
di Rosaria Amato
Cosa sono esattamente i RAEE, e come si compone la raccolta? La partenza del nuovo sistema integrato ha permesso per il 2008 una stima precisa delle apparecchiature elettriche ed elettroniche arrivate nei centri di raccolta e trattate dai Sistemi Collettivi. Una prima grande divisione è tra RAEE “domestici”, cioè “provenienti da nuclei domestici o analoghi per natura e quantità”, e RAEE “professionali”, cioè “rifiuti prodotti dalle attività amministrative o economiche”. Le prime, cioè, sono le apparecchiature utilizzate dalle famiglie e le seconde dagli enti pubblici e dalle imprese private. I centri di raccolta, gestiti in genere dai Comuni, ritirano solo RAEE “storici”, quelli immessi sul mercato prima dell’1 gennaio 2008, provenienti dai nuclei domestici. Di contro, i Sistemi Collettivi recuperano e riciclano tutti i tipi di RAEE (anche se poi alcuni hanno delle specializzazioni particolari).
Arrivati ai centri di raccolta, i RAEE vengono suddivisi in cinque categorie. Proprio in base a questa divisione il Centro di Coordinamento RAEE ha stimato che per il 2008 il 36,58% della raccolta è stato costituito da “apparecchiature refrigeranti”, cioè frigoriferi, congelatori e scaldabagni (percentuale corrispondente a 24.039.185 kg di materiale); il 20,60% da “grandi bianchi”, cioè elettrodomestici del tipo lavatrici, lavastoviglie e cappe (percentuale corrispondente a 13.535.713 kg di rifiuti); il 27,48% da apparecchi televisivi e monitor (18.058.486 kg di rifiuti). La quarta categoria è costituita da “PED, CE, ICT, apparecchi illuminanti e altro”: si tratta di piccoli elettrodomestici (frullatore, macchina per il caffé elettrica, etc.), prodotti elettronici di consumo, telecomunicazioni, informatica (pc portatili), elettroutensili, giocattoli, dispositivi medici, apparecchi illuminanti privi di sorgente luminosa e altro; in questo caso la raccolta ha raggiunto la percentuale del 15,02%, corrispondente a 9.868.642 tonnellate. Infine l’ultima categoria di RAEE, R5 (sono tutte denominate R, seguita da un numero), è costituita dalle cosiddette “sorgenti luminose”: sono lampade a fluorescenza, e anche per le dimensioni costituiscono una piccola minoranza della raccolta, corrispondente a 211.388 kg, lo 0,32% del totale.
Dai centri di raccolta, i RAEE arrivano ai “Sistemi Collettivi”: infatti la legge attribuisce ai produttori di apparecchiature elettroniche ed elettriche “la responsabilità di finanziare e gestire la raccolta verso le isole ecologiche ed il trattamento dei RAEE”. E quindi sono stati costituiti consorzi o società senza finalità di lucro, ai quali i produttori si associano in base a una loro libera scelta. Attualmente quelli attivi in Italia nel settore dei RAEE domestici sono 15: si tratta di Apiraee; Ccr Reweee (smaltisce rifiuti domestici e professionali e anche pile e accumulatori), Dataserv Italia; Ecodom (costituito dai principali produttori italiani di grandi elettrodomestici, calde e scaldacqua); Ecoelit (raccoglie alcune aziende internazionali del comparto degli elettroutensili); Ecoem (raccoglie aziende che operano nel settore dell’elettronica di consumo); Ecolamp (specializzato nel recupero e nello smaltimento di apparecchiature di illuminazione e sorgenti luminose); Ecolight (a vocazione generalista, rappresenta oltre 1.000 aziende consorziate); Ecoped (specializzato in piccoli elettrodomestici); Ecorit; Ecosol; Erp (fondato da alcune multinazionali); Raecycle; Rimedia; Ridomus (specializzato nel riciclo di condizionatori per uso domestico).
Dall’inserto Affari & Finanza di Repubblica del 6 luglio 2009
ITALIA A TRE VELOCITÀ ANCHE PER I RAEE. CENTRO-NORD LEADER, IL SUD ARRANCA
di Rosaria Amato
Dal 99,5% dell’Emilia Romagna al 25,7% della Sicilia, passando dal 55,5% della Campania. In media nel 2008 il 78,5% della popolazione italiana risultava servita dal nuovo sistema multiconsortile RAEE, ma tale percentuale è una media che rispecchia realtà molto differenti. Ancora una volta, come spiega il Centro di Coordinamento RAEE, ci si trova in presenza di “un’ Italia a tre velocità”. In dettaglio, “le regioni del CentroNord si attestano su percentuali piuttosto alte. Il dato medio, considerando tutto il Nord Italia, è del 92,1%, in termini di popolazione servita. Si arrivano a toccare punte del 99,5% in Emilia Romagna, del 94% nel Veneto e del 91,5% in Lombardia”. Nel Centro Italia la percentuale della popolazione servita in media è intorno al 78%, ma ci sono regioni che vantano percentuali ben superiori, analoghe a quelle del Nord, come il 90,9% dell’Umbria e l’81,7% della Toscana.
La situazione, attesta il “Rapporto Annuale sul sistema di ritiro e trattamento dei RAEE”, “è notevolmente più difficile nel Sud e nelle isole. I motivi di tale ritardo sono imputabili anche a una maggiore difficoltà di accesso al nuovo Sistema RAEE, dovuto principalmente alla mancanza strutturale di Centri di Raccolta”. E pertanto, la popolazione servita “si attesta intorno al 52%”, con alcune eccezioni: “la Basilicata, dove il 61,5% della popolazione viene servita dal sistema RAEE “, e la Puglia, con il 74,4%. Fanalino di coda la Sicilia, con una percentuale del 25,7%.
Anche se si guarda ai quantitativi di RAEE raccolti primeggia il Nord. In testa, con una quantità di gran lunga superiore a quella di tutte le altre Regioni, comprese le prime classificate, la Lombardia, con 16.629.070 chilogrammi di RAEE raccolti. Di seguito il Veneto, che ha raccolto nel 2008 9.374.286 kg, superando il Piemonte di 1.629.447 kg. In coda il Molise, con 128.013 kg raccolti, penalizzato probabilmente, dal fatto di essere una regione dalle modeste dimensioni, tant’è vero che al penultimo posto si trova la Valle d’Aosta, altra microregione, ma del Nord Italia, in coda alla classifica, con 184.585 kg di raccolta.
Ai dati sulla popolazione servita e sui quantitativi di RAEE raccolti nel corso del 2008 vanno affiancati quelli sui centri di raccolta. È evidente infatti che, in attesa dell’imminente partenza del sistema di ritiro “uno contro uno” (previsto dal Decreto legislativo 151/2005, ma non ancora vigente, in mancanza di uno specifico decreto attuativo del Ministero dell’Ambiente, atteso già da tempo), la presenza di centri di raccolta comunali o comunque molto capillari facilita il contributo dei singoli cittadini alla rete predisposta dal Centro di Coordinamento. Dal Rapporto Annuale risulta che i 2785 centri di raccolta italiani sono così distribuiti: 2.130 al Nord Italia, 308 al Centro e 347 nel Sud e nelle Isole. Sembrerebbe a prima vista che il Centro se la cavi molto bene a dispetto del numero basso di punti di raccolta, mentre il Mezzogiorno risente della scarsità. In testa a sorpresa la Campania, con 113 centri di raccolta. Seguono la Puglia (77 centri) e la Sardegna (60). In coda il Molise con 14, mentre la Basilicata ne ha 22 e la Sicilia 28.
Nel Centro Italia primeggia la Toscana, con 91 centri di raccolta (che funzionano a pieno ritmo, considerato che la quantità di RAEE raccolti dalla Toscana, 4.791 tonnellate, è superiore a quella di diverse assai meglio servite regioni del Nord Italia). Seguono il Lazio, con 81 centri di raccolta, l’Umbria e le Marche. Ultimo l’ Abruzzo, con 13 centri di raccolta.
Nel Nord primeggiano i 711 centri di raccolta della Lombardia, seguiti dai 352 dell’Emilia Romagna, i 414 del Veneto, i 236 del Piemonte e i 187 del Friuli Venezia Giulia. Ultima la Valle d’Aosta, con 9 centri che hanno permesso nel 2008 la copertura di appena il 39% della popolazione e la raccolta di 184.585 kg di RAEE.
«Il problema al Centro e soprattutto al Sud è quello delle isole ecologiche – conferma Fabrizio Longoni, direttore del Centro di Coordinamento RAEE – i Comuni avevano l’obbligo di crearne un numero adeguato già dal ‘97, ma al Sud lo hanno fatto in pochi. E quindi, se è sicuramente vero che lo scambio uno contro uno potrà favorire il cittadino, che non dovrà più andare alla ricerca di un centro di raccolta lontano chilometri e chilometri, rimane il problema per il distributore: dove porterà i RAEE, se non ci sono abbastanza isole ecologiche?».
Colmare il gap tra Nord e Sud permetterà anche il raggiungimento dell’obiettivo che la legge italiana e comunitaria si prefiggono: la raccolta e il recupero di quattro chili di RAEE per abitante. «Nel 2008 siamo arrivati a 1,4 kg. – dice Longoni – Tuttavia le nostre stime potrebbero essere inferiori alla raccolta effettiva, dal momento che il passaggio al Centro di Coordinamento RAEE è stato graduale, e nella prima parte dell’anno la raccolta è rimasta per lo più nelle mani dei Comuni. Credo che quindi la cifra effettiva sia di circa due chili per abitanti. Ma con la partenza dello scambio uno contro uno si potrebbe raggiungere l’obiettivo dei 4 chili per abitante già nel 2009».
Dall’inserto Affari & Finanza di Repubblica del 6 luglio 2009
IL NUOVO SISTEMA PERMETTERÀ DI ABBATTERE LE EMISSIONI DI CO2
di R. Rap.
Dalla nuova gestione integrata dei RAEE vengono consistenti benefici all’ambiente. Il Centro di coordinamento RAEE li ha calcolati, arrivando alla conclusione che, rispetto alla vecchia gestione (rispetto alla quale il vecchio elettrodomestico finiva nella migliore delle ipotesi in una discarica) già con le oltre 65.000 tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche raccolte e in buona parte riciclate nel 2008 si sia arrivati a “un risparmio energetico attestato intorno alle 28.500 TEP (tonnellate equivalenti di petrolio) e a una riduzione di 540.000 tonnellate di CO2″. In riferimento al risparmio energetico, gli esperti del Centro di Coordinamento spiegano che si tratta “dell’energia elettrica necessaria ai consumi annui delle famiglie di una città di circa 100.000 abitanti”. Quanto al risparmio in termini di riduzione delle emissioni di CO2, e prendendo come parametro una qualunque autovettura “che mediamente, immette in atmosfera 185g/km di CO2″, le emissioni evitate “equivalgono a quelle prodotte da circa 100.000 auto che percorrono in un anno 30.000 chilometri ciascuna”.
Ma al momento in che misura un elettrodomestico, ad esempio un frigo, può essere “recuperato”? Arrivato agli impianti di stoccaggio, vengono rimosse in ambienti protetti le componenti pericolose, come gli interruttori a mercurio e i condensatori; vengono estratti oli e gas del circuito refrigerante, con l’eliminazione dei gas dannosi che inquinerebbero l’atmosfera; vengono infine separati il compressore dalla carcassa. A questo punto quello che rimane viene triturato, e i materiali riciclabili vengono nuovamente divisi in componenti metalliche e plastiche per recuperare le materie prime come ferro, rame, alluminio e plastiche, e subito avviate al riciclo.
Dall’inserto Affari & Finanza di Repubblica del 6 luglio 2009
RIFIUTI ELETTRONICI MAI PIÙ IN DISCARICA
di Rosaria Amato
Dalla discarica al recupero e al riciclo, sulla base dei principi “chi inquina paga” e della “responsabilità estesa condivisa”. Per i RAEE (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) il 2008 è stato decisamente l’anno della svolta, che ha segnato il passaggio, come sottolinea il presidente del Centro di Coordinamento RAEE Giorgio Arienti, «da un modello “puntiforme”, con standard qualitativi e quantitativi diversi nelle diverse zone del Paese, a una forma organica e coordinata di gestione». Mai più in discarica, insomma, o tantomeno nel greto di un fiume. Finalmente hanno trovato attuazione le direttive europee emanate a partire dal 2002, e così, dal novembre del 2007, una serie di decreti ministeriali hanno dato forma al sistema italiano, che ha mosso i primi passi dal gennaio 2008. I produttori assolvono al loro compito consorziandosi nei cosiddetti “Sistemi Collettivi”, che comprendono anche le aziende di trattamento, riciclo e smaltimento dei RAEE; attualmente ce ne sono 15, e operano senza fini di lucro.
Presso i Centri di Raccolta gestiti dai Comuni, grazie a un accordo con l’ANCI (l’Associazione dei Comuni Italiani), nel 2008 sono stati effettuati 36.584 ritiri, con una crescita imponente concentrata nella seconda metà dell’anno. Infatti se fino a giugno i ritiri effettuati sono stati circa 6.500, nei mesi successivi la cifra media si è quintuplicata. Ad aumentare sono stati di conseguenza anche i quantitativi di RAEE raccolti dal sistema multiconsortile: infatti a fine anno sono stati raccolti oltre 65 milioni di chilogrammi, con un forte aumento dai quasi 20.000 chili di gennaio agli oltre 9 milioni di dicembre. Sembrerebbe che gli italiani si siano accorti gradualmente del fatto che sia partito un nuovo sistema di raccolta, e che si mostrino desiderosi di collaborare.
D’altra parte, il nuovo sistema di raccolta e recupero dei rifiuti elettronici garantisce alla collettività indubbi benefici economici e ambientali: confrontato con il vecchio sistema della discarica, secondo i calcoli del Centro di Coordinamento RAEE, permette risparmi energetici pari ai consumi elettrici di una città di 100.000 abitanti e la riduzione di CO2 equivalente alle emissioni di 100.000 auto. «Sono convinta che i rifiuti da problema possano diventare una risorsa – afferma con sicurezza il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, nell’ introduzione al “Primo Rapporto Annuale sul sistema di ritiro e trattamento dei RAEE”, che verrà presentato domani, 7 luglio, a Roma – i RAEE possono essere una grande opportunità in termini economici, occupazionali, ambientali e di innovazione e una dimostrazione concreta di come sia possibile coniugare la tutela dell’ambiente con lo sviluppo sostenibile del nostro Paese». Anche perché, rileva il ministro, emerge un sempre maggiore «senso di responsabilità diffuso che coinvolge anche le istituzioni e le amministrazioni locali, chiamate a fornire servizi adeguati e innovativi per venire incontro alle esigenze dei cittadini». A permettere finalmente il decollo del nuovo sistema di gestione dei RAEE, ribadisce Arienti, è stato soprattutto «l’accordo di programma sottoscritto con ANCI», in seguito al quale «gli oneri del ritiro e del trattamento non ricadono più sugli enti Locali, bensì sono ripartiti, come previsto dalla normativa italiana ed europea, tra i produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche che, attraverso i Sistemi Collettivi, si fanno carico della corretta esecuzione di tale attività».
In definitiva, in base all’accordo i cittadini continuano a disfarsi dei RAEE utilizzando i servizi messi a disposizione dai Comuni (che vanno dal ritiro a domicilio alla messa a disposizione dei Centri di raccolta). Ma dai Centri di Raccolta si passa poi ai Sistemi Collettivi per il trattamento dei Raee. Quest’ultimi si fanno carico infatti del ritiro dei rifiuti di apparecchiature elettroniche presso i Centri di raccolta, del trasporto alle aziende di trattamento accreditate, del controllo e della garanzia che tale trattamento avvenga secondo corretti criteri ambientali e di sicurezza, del recupero e dell’avvio al riciclo delle materie riciclabili, e infine dello smaltimento delle parti residue.
Un sistema ancora suscettibile di miglioramento, assicura il ministro Prestigiacomo: «A breve saranno emanate le norme che consentiranno di poter consegnare, senza alcun onere, la propria apparecchiatura non più utilizzabile, ad esempio una lavatrice o un frigorifero, al momento dell’acquisto di un elettrodomestico equivalente. Saranno semplificate le operazioni di ritiro dei RAEE da parte degli installatori e dei gestori dei centri di assistenza nonché le operazioni di trasporto di questi rifiuti negli impianti autorizzati».
E infatti le prospettive del Centro di coordinamento RAEE per il 2009 sono più che rosee. L’obiettivo è quello di raggiungere una raccolta di circa 150.000 tonnellate di rifiuti di materiale elettronico, oltre il doppio rispetto al 2008, proprio grazie alla nuova formula del ritiro “uno contro uno” da parte della distribuzione (norma tuttavia non ancora entrata in vigore). «Nei prossimi anni i quantitativi di rifiuti gestiti correttamente sono destinati a crescere fino ad attestarsi alle medie europee», assicura il Centro di Coordinamento.
I miglioramenti auspicati non vanno solo nella direzione della raccolta, ma anche del riutilizzo dei RAEE. Infatti il Rapporto Annuale prevede intanto un’accelerazione nelle aree del Paese che nel 2008 stentavano ancora ad avviare le procedure, ma anche una “crescita qualitativa del trattamento”. «Questo settore di nicchia – conclude il Rapporto – con l’incremento dei volumi attesi sarà in grado di mettere in campo tecnologie e risorse per intraprendere una strada di continuo miglioramento», che dovrebbe portare a migliori performance sia sul piano delle quantità di materiali reimpiegabili provenienti dal riciclo, sia sotto il profilo della qualità dei materiali stessi. E comunque già adesso i livelli di separazione e riutilizzo dei materiali sono piuttosto alti: da un frigorifero, per esempio, si arriva a recuperare l’86,6% di materie prime, costituite in primo luogo da ferro (66,1%), plastiche (9,6%), alluminio (2,7%) e rame (1,5%).
Dall’inserto Economia del Corriere della Sera del 15 giugno 2009
IL COMPUTER CORRETTO? BIODEGRADABILE
di Chiara Sottocorona
Si è aperta con Evolutis l’era del Pc «verde»: è il primo computer al 100% riciclabile e biodegradabile. Costruito con bioplastiche ottenute da amido e vegetali, come la barbabietola, non contiene sostanze nocive. Anche le componenti elettroniche sono selezionate sulla base di materiali privi di piombo, cadmio, cromo o mercurio. L’apparecchio sfoggia colori vivaci, verde, giallo, blu, rosso, con vernici a base di sostanze naturali. Inoltre è dotato di software open-source, scaricabile gratuitamente da Internet, e consuma quasi il 30% in meno di un Pc tradizionale.
Non costa molto: da 500 a mille euro a seconda delle configurazioni. Evolutis è nato nella campagna francese dei Midi-Pirenei, progettato due ingegneri non ancora trentenni, Valentin Pineau e Hugo Hossah, sostenitori di «un’economia responsabile ed ecosostenibile».
Due anni fa, i due giovani avevano fondato la start-up Ashelvea, finanziata con un capitale iniziale di 75.000 euro. Il progetto è riuscito a mettere insieme una rete di ricerca con partner importanti, in Francia: l’Ecole de Mines di Albi, l’ENSIA (Scuola Superiore di Industria Agricola) di Toulouse e il laboratorio Agromat di Tarbes.
Nei mesi scorsi sono stati consegnati i primi Evolutis a scuole ed amministrazioni pubbliche. Entro l’anno, la società conta di arrivare a produrre 15.000 pc verdi. «Tracciamo tutto il ciclo di vita del prodotto e ne assicuriamo il recupero e il riciclaggio», dice Valentin Pineau. Anche lo smaltimento delle bioplastiche è compreso nel processo ecologico: «Servirà a ottenere fertilizzanti».
L’attenzione al riciclaggio è del resto forte ormai nel settore, anche da parte dei big dell’informatica. Negli ultimi due anni, per esempio, l’IBM ha trattato a livello mondiale 450 milioni di tonnellate di attrezzature informatiche, inviandone appena l’1% alle discariche. Mentre l’uso di plastiche riciclabili e l’ eliminazione di sostanze tossiche sta diventando un dovere per l’industria dei cellulari.
Il Motorola Renew W233, in uscita questo mese, è costruito con plastiche compresse ottenute da bottiglie d’acqua, riciclabile al 100% (ad eccezione della batteria). Sony Ericsson sta lanciando la serie «Green Heart» con il C901 e il Naite: due modelli dal guscio in plastiche riciclate e privi di metalli pesanti. E dopo l’estate è atteso il cellulare più «verde»: il Blue Earth di Samsung che, sul dorso, porta un mini-pannello solare di ricarica ed è dotato di un’interfaccia che regola il risparmio energetico. È un cellulare prodotto senza l’uso di piombo, cadmio o mercurio.«Vogliamo raggiungere il più alto status ecologico presso i nostri clienti e partner, offrendo i migliori prodotti a basso impatto ambientale», sostiene Sang Chu Lee, presidente di Samsung Italia. L’impegno è esteso anche ai monitor e ai televisori LCD. La tendenza, del resto, è chiara in tutto il settore.
Secondo il barometro della Green IT curato da IDC, il 34% delle aziende con più di mille addetti in Europa ha ormai adottato una strategia di ecocompatibilità e un altro 15% si dice intenzionata a farlo.
Dall’inserto Economia del Corriere della Sera del 15 giugno 2009
A ROMA IN AUTUNNO LA FIERA DELLE RINNOVABILI
Dal 30 settembre al 2 ottobre tutto il mondo dell’energia rinnovabile si darà appuntamento alla Fiera di Roma, che ospita Eolica Expo Mediterranean 2009. La manifestazione, che comprende anche l’ottava conferenza sull’energia eolica nel Mediterraneo, ha raddoppiato la superficie espositiva e ha già riempito l’80% dei due padiglioni dedicati all’energia del vento sui quattro di ZeroEmission Rome 2009, collocandosi al terzo posto a livello europeo.
Una leadership internazionale confermata dal 40% di espositori esteri, su un totale di circa 200. Tra questi saranno presenti i più importanti produttori mondiali di grandi turbine: Avantis Energy, Enercon, Furländer, Gamesa, GE Energy, Leitwind, Nordex, PowerWind, Repower, Siemens, Suzlon e Vestas.
Grande interesse anche da parte delle aziende specializzate nel mini-eolico, in virtù dei nuovi incentivi governativi.
«Dalla prima edizione di Eolica nel lontano 2003 – spiega Marco Pinetti, direttore della manifestazione e presidente di Artenergy – la fiera ha continuato a registrare una crescita costante in termini di superficie, visitatori ed espositori. A giudicare dall’ampia adesione, sembra quasi che nel settore della produzione di energia eolica la crisi si sia fatta sentire solo in modo molto marginale». Non a caso, tutte le indagini di settore prevedono una crescita a doppia cifra per molti anni a venire. «Alla crescita – precisa Pinetti – contribuirà in modo significativo l’eolico offshore , soprattutto in Gran Bretagna e in Danimarca, ma anche nel nostro Paese».
Alla luce della recente apertura del governo, molte aziende si stanno attrezzando per aprirsi nuovi sbocchi di mercato. In questo comparto l’Italia ha ancora grossi margini di crescita, con uno scenario destinato a evolversi man mano che si diffonderà l’impiego di turbine flottanti, che si possono installare in siti marini molto profondi, come quelli del nostro Paese. Anche in Italia l’eolico offshore rappresenta una grande opportunità da cogliere».
Dall’inserto Economia del Corriere della Sera del 15 giugno 2009
NUOVE TUTELE PER IL PAESAGGIO
No alle pale in nome dell’estetica. Sì alle pale perché fanno bene all’ambiente. Il dibattito è più che mai acceso. Il fronte del «no» annovera Ernesto Galli Della Loggia che tuona contro la «lebbra eolica», Alberto Asor Rosa che plaude al «divieto di pala» proclamato da Volterra. E anche Vittorio Sgarbi che si appella al capo dello Stato perché fermi «lo stupro delle pale». Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, rivendica fiero di «aver fermato l’eolico». Ma anche il sindaco di Gela Rosario Crocetta dice che sul golfo, tra le trivelle del petrolchimico, vuole gettare «uno sguardo pulito», non offuscato dai mulini che l’ENEL progetta a quasi 6 chilometri dalla costa. «Vogliono rubarci anche la bellezza – rincara Sgarbi – l’ultima cosa che rimane alla Sicilia martoriata dalla mafia».
Il più accanito è l’ex ministro dell’Ambiente Carlo Ripa Di Meana, che da anni guida Italia Nostra in una crociata senza quartiere: «Le gigantesche centrali industriali eoliche, che si avvicinano ormai ai 150 metri di altezza, sono rovinose per il paesaggio italiano in ogni sua espressione». L’Italia dovrebbe insomma bandire l’eolico dai suoi confini. Ma non tutti la pensano così.
Accordi
Legambiente e Greenpeace hanno appena firmato un protocollo d’intesa con l’Associazione Nazionale Energia del Vento, per il corretto inserimento degli impianti eolici nel paesaggio. «In assenza di una direttiva nazionale che desse dei criteri di limitazione, gli associati ANEV si sono sempre autoregolamentati con una speciale attenzione nei confronti del territorio italiano e delle sue caratteristiche particolari estetiche e orografiche», spiega Simone Togni, direttore generale dell’associazione. Ora questi criteri sono stati codificati meglio e condivisi con le associazioni ambientaliste. «L’intesa esclude la costruzione di parchi eolici da tutte quelle aree che, pur non essendo precluse dalla normativa vigente, sono di particolare pregio ambientale e paesaggistico. Impone l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, quindi le più efficienti e silenziose. Obbliga alla minimizzazione degli impatti visivi e al ripristino totale dello stato dei luoghi al termine dei 15 anni di vita tecnica degli impianti», precisa Togni.
Sondaggi
Il protocollo d’intesa mette tutti i crociati della campagna anti-eolico di fronte alla realtà: le associazioni ambientaliste sono in maggioranza dalla parte delle pale. «Questo rispecchia la posizione prevalente nella popolazione: in generale l’accettazione dei nostri impianti è molto alta e non c’è un singolo progetto eolico che sia stato bloccato dalle proteste locali. Perfino il famoso caso del parco eolico di Scansano, portato davanti al giudice da un proprietario terriero del posto e da Italia Nostra, è finito in nulla e le pale continuano a girare come prima», sostiene Togni. Lo dimostrano i vari sondaggi d’opinione condotti sia dall’ANEV che da fonti indipendenti, dove le percentuali di favorevoli alla costruzione di campi eolici, anche vicini a casa, si aggira sul 95%. Chi ha ragione, dunque? «A giudicare dall’esito delle elezioni, si direbbe che i politici filo-eolico abbiano centrato l’obiettivo meglio degli altri», commenta Togni.
lug
26
Dall’inserto Economia del Corriere della Sera del 15 giugno 2009
PICCOLI INCENTIVATI CRESCONO
Investimenti in crescita e tecnologia in piena evoluzione fanno dell’eolico una palestra per gli innovatori. E alcune promesse, come quella del mini-eolico o degli impianti offshore , si stanno già realizzando.
È boom, ad esempio, per gli impianti di piccola taglia perché dall’inizio anno anche questi investimenti possono beneficiare di un meccanismo di incentivazione simile al conto energia fotovoltaico. Si tratta di una fonte meno remunerativa dell’eolico di taglia normale, ma molto adatta a essere inserita in quel segmento della produzione di energia rinnovabile «fatta in casa» e sempre più integrata nella costruzione degli edifici in una realtà come quella italiana.
Nuove frontiere
Il movimento, per la verità, è iniziato prima degli incentivi: esistono già diversi produttori, come Ionica Impianti, Terom, Bluminipower, Siper, Ropatec e Tozzi Nord, che sfornano pale di piccola taglia, per ora sfruttate soprattutto per dare corrente ai rifugi di montagna o alle barche a vela, ma usate anche nelle zone agricole.
L’eolico offshore , invece, in Italia non decolla, mentre i progetti si moltiplicano nei mari del Nord. Qui i mulini che girano davanti alle coste sono ormai una presenza industriale consolidata. Anzi, sta cominciando ad affermarsi anche l’idea di piantarli in mare aperto, per sfruttare venti più potenti. Già da alcuni mesi, ad esempio, è entrata a regime al largo della costa olandese la Princess Amalia Wind Farm: con le sue 60 turbine da 2 megawatt ciascuna, è la più grande centrale eolica offshore mai realizzata nel mondo oltre il limite delle 12 miglia, che segnano le acque territoriali, ma anche la più lontana dalla terra ferma e quella installata alla maggiore profondità.
La mega-centrale è gestita da Econcern, gruppo internazionale con sede nei Paesi Bassi, insieme a Eneco, big delle utilities olandesi, che si sta riposizionando nella produzione di rinnovabili.
Attraverso la sua controllata Evelop, la holding olandese partecipa anche in altri due progetti analoghi, quello di Scira, con una capacità di 315 megawatt nelle acque territoriali britanniche e quello di Belwind da 330 Mw al largo della costa belga. Oggi l’installazione offshore costa il doppio di quelle sulla terraferma, ma il mare è un territorio di frontiera, nel quale i costi sembrano destinati a calare rapidamente.
Nell’area compresa tra la penisola scandinava, la Gran Bretagna e l’Europa continentale, gli esperti hanno già sviluppato generatori che utilizzano la forza delle onde o delle maree, come quelli attivi a Saint Malo in Francia (240 mega watt) o a Murmansk in Russia (400), che potrebbero essere abbinati alle windfarm.
E c’è chi pensa di moltiplicare la potenza installata aumentando la dimensione delle pale. Un primo esempio è Beatrice, prototipo record di turbina da 6 megawatt di potenza, con un diametro di 126 metri e un mozzo alto 95, realizzata dal colosso tedesco dell’eolico Repower e installata al largo delle coste scozzesi, in un campo petrolifero. È il primo esemplare del programma europeo Downvind, che punta a combinare le tecnologie di sostegno delle piattaforme petrolifere con le turbine, consentendo così di sfruttare anche i fondali più profondi, dove i generatori sollevano meno obiezioni e producono meglio.
Barriere
Queste sono tecnologie che potrebbero essere sfruttate molto bene lungo le coste italiane, dove la profondità dei fondali è maggiore rispetto alle coste olandesi. Ma per ora da noi non si muove quasi nulla. Il progetto in joint venture fra ENEL e il gruppo Moncada di installare 115 aerogeneratori nelle acque del Golfo di Gela, con una potenza complessiva tra i 345 e i 575 mega watt e un investimento previsto di 500 milioni di euro, ha già ricevuto il pollice verso sia dal Comune di Gela che da Licata e Vittoria.
Il Molise, dopo la fiera opposizione al parco da 162 mega watt della milanese Effeventi, si oppone ora anche al progetto della romagnola Trevi Energy, che vorrebbe realizzare 150 mega watt eolici al largo di Campomarino.
Proprio in relazione al progetto di Effeventi, già approvato dai Ministeri competenti, il governo ha impugnato per illegittimità costituzionale la legge regionale del Molise e ha ribadito che le competenze in materia di eolico offshore sono dello Stato.
lug
26
Dall’inserto Economia del Corriere della Sera del 15 giugno 2009
LA CARICA DEI LAVORI VERDI
Un potenziale occupazionale di 250.000 posti di lavoro nel 2020 per le fonti rinnovabili, di cui oltre 77.000 per l’eolico. È questo il risultato di uno studio dello IEFE dell’Università Bocconi sulle prospettive di sviluppo delle tecnologie rinnovabili, che fotografa l’Italia energetica del 2020 analizzando diversi scenari. E anche l’analisi dell’ANEV (Associazione Nazionale Energia del Vento) valuta il potenziale occupazionale del vento in Italia attorno ai 66.000 posti entro il 2020, se si realizzeranno i 16.000 megawatt eolici che il nostro Paese potrebbe ospitare.
Nuove nicchie
In un momento di cambiamenti epocali nell’organizzazione del sistema produttivo, e di forte crisi economica, sono cresciute le aspettative legate al ruolo positivo che l’innovazione tecnologica in campo energetico-ambientale può giocare sulla ripresa.
Basti citare un recente rapporto curato dall’UNEP, il Programma ambiente delle Nazioni Unite, in cui si sottolinea come nei prossimi anni saranno i green job ad ingrossare le fila dell’occupazione: solo nelle fonti rinnovabili, infatti, si passerà dagli attuali 2,3 milioni di occupati ad oltre 20 milioni di addetti nel 2030.
Lo studio IEFE parte dalla considerazione che le politiche energetiche europee potranno garantire «un’ opportunità di business e di sviluppo occupazionale per il nostro Paese», se gli sforzi si concentreranno sull’ industria nazionale. L’Italia presenta infatti «buoni livelli di attrattiva degli investimenti», ma per farcela occorre eliminare alcune barriere. A cominciare da un «quadro regolatorio incerto e instabile» e proseguendo con «le difficoltà di gestione dei flussi elettrici, a fronte di problemi di congestione e di alcune rigidità delle reti di trasporto».
Poi c’è il fronte industriale. Gli impianti che sfruttano le energie rinnovabili nel nostro Paese sono in decisa crescita, in particolare eolico e fotovoltaico, ma in certi settori la filiera industriale non capitalizza i segmenti con maggiori margini di guadagno. È per questo che occorre «sfruttare le risorse e le competenze già acquisite in altri settori manifatturieri (meccanica, automazione, elettrotecnica ed elettronica) per non lasciare il campo alle sole importazioni di apparati e componenti industriali degli impianti a fonti rinnovabili».
Record
Per quanto riguarda l’eolico, in realtà, la fascia alta della filiera, quella che si occupa della produzione degli aerogeneratori, è già piuttosto ben rappresentata. Con il suo stabilimento di Taranto, in dieci anni di presenza in Italia il colosso danese Vestas ha prodotto più turbine di tutto il parco installato nel nostro Paese. Con un migliaio di occupati, i danesi rappresentano ormai un tassello molto importante nel panorama industriale pugliese.
E ci sono altre due aziende – il gruppo Leitner a Vipiteno e il gruppo Moncada a Porto Empedocle – che hanno appena cominciato a produrre i primi aerogeneratori tutti italiani. E poi c’è la miriade di aziende che forniscono componenti molto importanti per il funzionamento dei grandi mulini. Non a caso, fra i professionisti «verdi» più ricercati nel mercato del lavoro, ci sono proprio il progettista meccanico e l’addetto al montaggio delle turbine. Due profili difficili da trovare.

